Rock is Dead
giugno 4, 2010
Sì risveglio in un altro letto. Ancora un altro sconosciutissimo letto. Era uno di quei letti matrimoniali rinforzati, con una gettoniera sul capo della spalliera. Di quelle che inserivi il gettone e tutto iniziava a tremare per 30 minuti di seguito. Le pareti erano infestate da una carta da parato damascata con le orecchiette negli angoli per colpa del tempo e della colla che perdeva colpi. Sul soffitto invece un’infiltrazione formava una chiazza con le sembianze di un dinosauro. Lei era lì stesa con il capo verso l’alto e lo sguardo su quella chiazza. Cercava di ricordare la sua nottata e prima di voltarsi sulla sua sinistra, provava a ricordare il volto di chi gli stesse affianco.
Probabilmente era stata un’altra assurda serata. Un’altra sbronza e lite nel retrobottega di un locale che odorava di fumo. Il trucco sbavato sulla faccia e il Jack Daniels versato sui pantaloni aderenti. Era sicuramente stata una serata balorda, con quel gruppo rock e il suo chitarrista convinto di essere un duro fracassando la sua chitarra Fender Stratocaster sul pavimento di legno sporco del palco. Nessuno gli aveva spiegato che ormai anche i quartetti d’arco rompono i propri violoncelli alla fine di un’esibizione. Nessuno gli aveva detto che ormai il mondo era diventato ecosostenibile. Si differenzia la spazzatura, si chiude l’acqua mentre lavi i denti e non azzecchi più le gomme dovunque ti pare. Ora c’è educazione. Siamo stati civilizzati.
Lei probabilmente non sarà nemmeno arrivata alla fine del concerto, e per arrotondare le spese avrà stuzzicato il primo pervertito e se lo sarà portato al motel lungo quella strada isolata a qualche km di distanza dal centro. Una di quelle strade con i lampioni fiochi, distanti un paio di centinai di metri uno dall’altro. Forse era un po’ grasso e calvo oppure un capellone di altri tempi. Nonostante gli sforzi non riusciva a visualizzare il suo volto. Non ricordava chi fosse e cosa avessero fatto. Quindi, visto il fallimento inspirò più che poteva l’aria nei suoi polmoni, tirò un lungo sospiro, chiuse gli occhi, prese coraggio, si voltò e li aprì.
Nella confusione più totale, nell’imbarazzo più disonesto non trovò nessuno. Non c’era nessun uomo e il letto non era sfatto. Nessuna incarto di preservativo e nessun fazzoletto sporco. Nemmeno un didlo o altra diavoleria simile. Trovò solo un tulipano e un pezzettino di carta con su scritto “Sembravi stanca. P.S sono gay”
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